Padre Giulio Basetti Sani

Barbara Sturnega,
Padre Giulio Basetti Sani (1912-2001)
Una vita per il dialogo cristiano-musulmano.


Firenze 2011, Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini,
pp. XIV-204 + 11 tav. f. t., € 30.

Questo libro, che mi è molto caro anche se non ne condivido l’idea di fondo (come precisa l’autrice, p. XIII dell’Introduzione), è costituito essenzialmente da due parti. La prima racconta “la vera storia” del nobiluomo toscano e francescano (scomunicato e cacciato dall’ordine nel 1959, coniugato in USA nel 1960, divorziato nel 1963, reintegrato nell’Ordine nel 1973) Giulio Basetti Sani, ricostruita su documenti inediti, in primis l’autobiografia (220 pp.) conservata nel lascito presso l’Istituto di Scienze Religiose di Trento dove il Nostro aveva insegnato per otto anni. La seconda offre un’interpretazione empatica della vita e opera di Padre Giulio, esponendo in un tono improntato a sobria passione il suo percorso spirituale da tre vertici della rivelazione cristiana, San Paolo, San Francesco e il filosofo (teologo) francescano Giovanni Duns Scoto, a Muhammad, “vero profeta dell’Islam” e al Corano, riletto “nella luce di Cristo”, attraverso la mediazione indispensabile di Louis Massignon (1883-1962), “il Maestro che cambiò il corso della sua esistenza”.
Una presentazione di estratti dal capitolo conclusivo, “Una vita per il dialogo: Le Tesi che gli valsero l’allontanamento dal saio francescano”, servirà a dare un’idea delle tesi del libro e anche del suo particolare situarsi in un campo di studio dei fatti religiosi secondo un metodo aperto a una visione dialogica, che non può però confondersi col dialogo tra i monoteismo abramici o in generale tra le religioni. La ricerca di B. Sturnega – è questa una precisazione importante – si è svolta tutta all’interno e coi metodi delle istituzioni accademiche secolari, dalla Università di Trieste, sotto la guida di Khaled Fouad Allam (del quale è opportunamente ripreso nell’appendice documentaria un lucido giudizio critico che si può riassumere nella formula seguente: “Ho sempre distinto nella figura del Basetti Sani il testimone dallo scienziato”), alla EPHE della Sorbona, sotto la guida di Pierre Lory.
Prescindendo dallo “studio delle possibili fonti”, studio che dimostrerebbe l’insincerità del Profeta, B. S. “si propone di tentare una nuova interpretazione del testo nella luce di Cristo, nella volontà di individuare nella profondità del Libro Sacro dell’Islam degli elementi che sino ad oggi gli stessi musulmani non sono riusciti a scoprire” (p. 131). Alle prese “con due degli aspetti maggiormente discussi e controversi del messaggio coranico, che nella nuova visione maturata dal B. S. assumono un significato del tutto nuovo ed inedito: la resurrezione di Gesù e il dogma trinitario” (p. 151), B. S. (e, apparentemente, sulle sue tracce anche l’A.) batte in breccia quella che è assunta come interpretazione legittima dai musulmani e, mutatis mutandis, dagli stessi esegeti laici per offrirne una nuova, diciamo così, concordataria: “dopo l’accettazione del Cristo come Messia [e questo è un fatto], nello svolgimento della pedagogia divina, Dio avrebbe reso manifesto il mistero della sua vita interiore e della Trinità” [e questo è un wishful thinking]. Nel seguito (p. 155-176), la “speciale vocazione di San Francesco per il mondo musulmano” (riguardo alla quale si veda l’autorevole dissenso di Francesco Gabrieli, ripreso nell’appendice, p. 182) è letta in funzione di una sua intercessione ai fini di introdurre i credenti musulmani “nel mistero di Gesù Cristo Crocifisso, realmente morto e risorto”, mistero al quale “non fu ammesso il profeta Muhammad” (p. 176).
Credo sia a questo punto evidente che l’opera di B. S., come è analiticamente ricostruita dalla sua appassionata biografa ed esegeta, rappresenti un momento rilevante nella ricostruzione del “dialogo islamo-cristiano durante il XX secolo” (Fouad Allam, p. 176), ma sia oggettivamente un aliud genus rispetto all’indirizzo sia dell’islamistica scientifica che ebbe tra i suoi fondatori il bistrattato Ludovico Marracci (1612-1700), prete e professore di arabo alla Sapienza di Roma, sia della storia (comparata) delle religioni che ha avuto anch’essa tra i suoi fondatori un maestro della stessa Università (R. Pettazzoni).
Pregevolissima, infine, la raccolta di documenti utili a “una rivalutazione della sua opera” che l’A. riporta in appendice al volume (pp. 177-185). Per concludere, citiamo da tale appendice i giudizi discordi, ma entrambi assai illuminanti, di due contemporanei di B. S. che furono, in quella stessa università, i massimi rappresentanti degli studi di arabistica e islamistica: Francesco Gabrieli (1904-1996) e Alessandro Bausani (1921-1988).
Così gli scrive (15 sett.1978), quando erano da poco usciti Il Corano nella luce di Cristo (1972) e L’Islam e Francesco d’Assisi (1975), il laico Gabrieli: “se anche talune idee sue non sono per motivi puramente scientifici da me condivise, gli ideali lo sono; e la sua francescana carità, lo zelo, la bona voluntas mi toccano il cuore” (p. 179). Invece, dopo aver letto il precedente Per un dialogo cristiano musulmano (1966), Bausani, che, in quanto convertito alla fede Bahai, riconosce in Muhammad un vero profeta ma non il Profeta, in una lettera del 14 ott. 1970, si dichiara “senz’altro d’accordo”, aggiungendo, con la sua consueta fine auto-ironia, di essere – lui, il pontefice italiano di una fede tra le più perseguitate dall’Islam (e il peggio doveva ancora venire! Come avrebbe amaramente riconosciuto Bausani stesso, quando lo incontrammo nel 1981) – anche lui, soprattutto lui, “un eretico da tutti i punti di vista! (peggio di lei naturalmente)”. Bausani parlava da uomo di fede, e in lui evidentemente, la fede faceva aggio sullo spirito critico dello storico delle religioni, finissimo tipologo dei monoteismi.

Giovanni Casadio